Jacqueline Blum: il ritratto di Annalisa Comes

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Il ritratto di Jaqueline Blum di Annalisa Comes

Dietro un’apparente fragilità, Jacqueline Blum è una donna forte e coraggiosa. Figlia di Raymond Schulhof e Lucie Levy, ha attraversato la guerra e ha subito la persecuzione razziale in Francia. Internata a diciassette anni insieme al al fratello Pierre e alla nonna, Louise Wimphen-Levy, nel campo di Poitiers, poi in quello di Drancy, nel 1942, riesce a essere rilasciata attraverso l’intervento ‘miracoloso’ del padre.

La mattina del 4 gennaio 1944, però, ad Amiens, alle sei di mattina bussano pesantemente alla porta di casa. La madre e il padre di Jacqueline, comprendono tutto, fanno appena in tempo ad aprire la finestra del primo piano, e a dire : « Andate ! ».

È ancora notte. L’aria è di ghiaccio. Jacqueline prende il cappotto su cui è cucita la stella gialla a sei punte, tutti e tre scappano per i tetti in pigiama. Nessuno dei tre rivedrà più i genitori che moriranno ad Auschwitz.

Sposata nel 1948 con Pierre Cahen, da cui ha avuto due figli, Nicole e Michel, è rimasta vedova dopo due anni. Incontra Francis Blum con cui si sposa nel 1955 e da cui ha Jean-Gilles e Frédéric.

Ma da questo tragico epilogo – tristemente, orribilmente comune in quegli anni in Europa -, dagli avvenimenti della sua storia che ascolterete dalla sua viva voce, Jacqueline ha saputo modellare la sua vita nella bellezza. In una bellezza discreta, quasi silenziosa, ma testarda e cosciente.

Ho incontrato Jacqueline per la prima volta nel febbraio del 2010 e sono subito rimasta affascinata, commossa (mossa) dalla sua vitalità, dalla sua sensibilità, dal suo spirito. I suoi occhi sono intensi e sempre attenti, il passo è leggero e quando parla le mani magre ed eleganti sembrano intrecci di rami che si muovono al vento. Ed è con queste mani che Jacqueline Blum per tutta la vita ha modellato sculture in marmo, in gesso, in legno, ha tracciato schizzi e disegni dimostrando non solo talento, ma una grande capacità e magia nel far dialogare mondo naturale e onirico, realtà e mondo invisibile, sia che si tratti di espressioni figurative, che in opere astratte. Colpiscono in particolare le figure femminili, ora silenziosamente imprigionate nella materia, ora accucciate come animali feriti nella stretta di un abbraccio di protezione (« Etreinte », « Gemelli », « Femme et enfant de dos », « Survie »), donne con bambini, che sembrano inspirarsi da un lato alla pietà classica, dall’altra a figure archetipiche quasi primitive, e uccelli in riposo, in attesa vigile per riprendere il volo. Se la leggerezza di Henry Moore – artista molto apprezzato da Jacqueline Blum – avviene per sottrazione della materia, qui le figure sono capaci di levitare, di sollevarsi da terra con tutto il loro peso. Come a dire di un’umanità che possiede in sé, nelle sue profondità terrene, umane appunto, tutto lo splendore e la possibilità visibile dell’invisibile.

 

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