Autocoscienza, chi si rivede!

Si chiama Frammenti di autocoscienza ma è edito nel 2013, a molti decenni dal fenomeno politico e sociale che prese il nome di autocoscienza, frutto dell’incontro anche semantico della straordinaria connessione tra femminismo e pensiero psicoanalitico.

Il libro, edito da Aracne con la prefazione di Olivia Guaraldo, racconta il percorso politico sulla sessualità di un gruppo di giovani femministe, che si sono incontrate  e hanno condiviso pensieri e discussioni, ignare all’inizio che prima di loro altre donne nel ‘900 avevano fatto  lo stesso.

In tempi nei quali la parola femminismo crea imbarazzo ed è più spesso un attributo negativo questo testo è un bel segnale di come, per vie anche misteriose, il femminismo trasmigri alle generazioni di donne più giovani.

per avere informazioni sul gruppo il sito è  http://donnebenazir.blogspot.it/2013/01/frammenti-di-autocoscienza.html

Ecco il testo sulla parola autocoscienza  pubblicato nel volume curato da Ritanna Armeni Parola di donna

AUTOCOSCIENZA

di Monica Lanfranco*

Il 23 dicembre 2005 nel numero 5756 ( vol. 310) di Science, che festeggia i suoi 125 anni, viene inserita tra le 25 scoperte più importanti che riguardano l’essere umano, accanto all’origine naturale della intelligenza umana e del linguaggio articolato quella dell’autocoscienza.
In quella accezione il termine era inteso come ‘l’attività riflessiva del pensiero con cui l’io diventa cosciente di sé, e a partire dalla quale poter avviare un processo di introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’essere”.
I più autorevoli pensatori maschi di tutte le epoche, da Socrate a Platone, da Aristotele passando per gli Stoici e Neoplatonici, dal pensiero cristiano a quello di Kant, Hegel e Marx hanno declinato, pensato e rivisitato al maschile, rigorosamente, il concetto di autocoscienza.
Dobbiamo arrivare ai primi anni ’70 perché essa esca dal contesto dell’agorà maschile e cambi connotazione, e in un certo senso si rifondi, diventando un neologismo nel nuovo significato.
Come ha scritto Rosangela Pesenti “le parole restano nella storia a raccontare di noi, mentre le depositiamo nel tempo come una garanzia contro la cancellazione e la smemoratezza”.
Una delle parole del femminismo, lunga come un respiro e ariosa come la A la quale comincia è stata autocoscienza: non solo coscienza, cioè consapevolezza etica in generale, ma proprio mia, come donna. Ecco perché l’unione delle due parole a comporne una sola.
La pratica dei gruppi di autocoscienza è stata un lento ma inesorabile percorso che ha visto centinaia di donne riunirsi e, per la prima volta, parlare di sé senza mettersi in relazione subalterna con l’uomo. In Italia, sul finire degli anni ’60, alcune iniziarono a vedersi e a produrre, nel linguaggio come nell’immaginario, un cambiamento che sarebbe stato irreversibile, che si può tradurre in una minuscola quanto dirompente frase: Io sono mia. Il possesso di sé, scoperto assieme alle altre, è stato l’inizio della rivoluzione. Che ne conteneva un’altra, ovvero l’intreccio virtuoso e complesso tra la politica delle donne e un’altra grande protagonista del pensiero del ‘900: la psicoanalisi.
La storica Tiziana Plebani racconta così, nella rivista Marea, l’impatto di quell’intreccio nella sua Venezia anni’70: “Anche la città cambiò, e come la abitavamo; le case più che le piazze divennero i nostri rifugi, il nostro mondo; vedevo solo donne, e i legami con il mondo degli uomini, dei compagni, erano sotterranei, privati, non sempre facili. I nostri gruppi di autocoscienza, lo speculum e le streghe, i giornali stampati col ciclostile, le prime manifestazioni con le gonne lunghe e gli zoccoli”.
Ed è proprio in questi anni che le prime femministe, riunite in gruppi che appunto si chiamarono di autocoscienza, partivano da una mancanza per crescere a tracciare una nuova strada politica. Lavoravano mosse da una rabbiosa sensazione di mancanza imposta e vissuta come tale: la mancanza del pene. L’elaborazione femminista è nata dalla riflessione sul corpo, un corpo vilipeso, negato, trascurato, imposto come mancante, vuoto, carente: vagina vuota e inutile, socialmente accettabile solo se riempita dal pene per il godimento maschile, dal seme per generare i figli degli uomini per la trasmissione del cognome. Eppure è proprio la vagina, mancanza femminile fondamentale per la cultura sessista maschile, il luogo del transito anche simbolico della trasformazione.
Negli Stati Uniti, già sul finire degli anni ’60, si erano diffuse varie pratiche politiche: c’era l’esperienza dei ‘consciousness raising groups’ ed i gruppi di Self help femministi in cui si cercava di condividere competenze, vissuti ed informazioni relativi al corpo ed alla sessualità, anche attraverso le ‘autovisite’, durante le quali le donne esploravano il loro sesso con l’idea di riappropriarsi di un sapere personale che veniva considerata perso a causa della medicalizzazione dei corpi, a partire dal menarca, per proseguire poi con la gravidanza, il parto e la menopausa.
Si iniziò a mettere al centro del discorso politico la scoperta di sé in quanto donne, con specifici bisogni e desideri. Si misero in discussione i ruoli sociali e sessuali imposti, in primo luogo la famiglia e la funzionalità al piacere sessuale maschile. La presa di parola in prima persona da parte delle donne costituì una enorme sfida alla società patriarcale, nella sinistra come nel mondo cattolico e borghese, vista l’educazione al silenzio su questo argomento che gravava dovunque.
Si stava scoprendo la possibilità di un discorso del, e sul corpo delle donne fuori dal linguaggio e dallo sguardo maschile e scientifico. Un modo straordinario, al contempo pratico e teorico, di dimostrare che ‘il privato era (davvero) politico’. Tutto il sapere fu destrutturato e indagato, in modo impietoso: in questo processo la prima, dirompente aporìa fu il negare l’accesso nei gruppi agli uomini, perché era necessario uno spazio separato solo per le donne nel quale creare forti legami di fiducia e di sostegno. In Italia per la prima volta il termine autocoscienza fu introdotto da Carla Lonzi all’interno dell’esperienza del gruppo di Rivolta femminile, che tra il 1970 ed il 1982 vide la nascita di gruppi autogestiti a Roma, Milano, Torino, Genova, Firenze e Lugano.
Anche se si sente dire che la pratica dell’autocoscienza non è più proponibile nell’era digitale sembra che faccia talmente bene che ora piccoli gruppi di uomini, a distanza di trent’anni dalle pioniere, ci provano a modo loro. Ma questa è un’altra storia.

Alcune indicazioni bibliografiche sulla parola

L’avventurosa storia del femminismo – Gabriella Parca – Mondadori
Storie di donne e di femministe – Luisa Passerini – Rosenberg e Sellier
L’eunuco femmina – Germaine Greer – Mondadori
Questo sesso che non è un sesso – Luce Irigaray- Feltrinelli
Noi e il nostro corpo, The Boston women’s health book collective, Feltrinelli Editore
Sputiamo su Hegel/La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, a cura di C.Lonzi, Rivolta femminile.

*Giornalista, formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto. Direttora del trimestrale Marea, l’ultimo suo libro è Letteralmente femminista, perché è ancora necessario il movimento delle donne (Edizioni Punto Rosso). I suoi siti: www.monicalanfranco.it ;www.mareaonline.it; http://www.radiodelledonne.org/altradimora/ , www.radiodelledonne.org

 

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