I 15 anni della rivista Marea

By Date: 2009/11/24 in informazione

lorella

La rivista femminista Marea ha festeggiato i suoi primi 15 anni, con una nuova veste grafica, due dibattiti, e la presentazione della prima radio web italiana femminista! Sembra strano, ma esistono ancora (poche, ma ci sono) riviste fatte da donne che insistono a voler fare informazione, comunicazione e trasmissione di sapere scegliendo uno sguardo critico femminista. Lo sappiamo, l’aggettivo ingombra, però racconta semplicemente l’esercizio di una libertà e di una conoscenza che viene dalle lotte di emancipazione e liberazione  dei movimenti per i diritti delle donne.

La rivista Marea, nata a Genova e attiva da 15 anni è uno dei frutti di questa storia.

Per festeggiare l’attività della rivista, e insieme ragionare su quale sia lo ‘stato dell’arte’ del rapporto tra donne e informazione Marea ha dato vista  ad un doppio appuntamento a Genova, il 29 ottobre 2009.

il dibattitoAl mattino dalle 11 alle 13 all’Università di Genova, Facoltà di lingue, Sala della Biblioteca, ospite della docente Lucy Ladikoff studentesse e studenti hanno incontrato Lorella Zanardo, autrice del documentario Il corpo delle donne, e la redazione di Marea.
Al pomeriggio, alla Sala di Rappresentanza del Comune a Palazzo Tursi dalle 17
le giornaliste Lorella Zanardo e Ritanna Armeni, Marieme Helie Lucas del WLUML, Dounia Ettaib, dell’associazione Dari, Rosangela Pesenti, ricercatrice e Francesca Sutti webmistress hanno dibattuto su: “Dalla velina alle veline: donne nei media tra informazione e invisibilità”.

Ecco un reportage dall’evento e un articolo di Ritanna Armeni

Una battaglia monca
di Ritanna Armeni

Ho cercato invano fra le decine e decine di articoli sulla libertà di stampa una parola che riguardasse le donne. Ho cercato fra i volti e gli slogan della manifestazione di sabato qualcosa che ricordasse la impossibilità di costruire una stampa libera se essa esclude la presenza femminile. Ho sperato che qualcuno protestasse contro lo scempio del corpo delle donne a cui  negli ultimi tempi i giornali e i canali televisivi hanno dedicato con dovizia di particolari un’attenzione pruriginosa. Ho pensato – sbagliando – che fra i tanti numeri  che venivano portati a sostegno della tesi sui pericoli che oggi corre la libera informazione ci fossero anche quelli riguardanti  le donne giornaliste, la loro collocazione, il loro ruolo.

Non ho trovato nulla di tutto questo e allora mi sono domandata: la battaglia per la libertà di stampa, la lotta politica perchè essa esista effettivamente, e non solo all’interno di una pur legittima campagna antigovernativa, può prescindere da una riflessione e da un conflitto per una diversa presenza delle donne nel mondo dell’informazione? Un dubbio ed una domanda simile l’ho trovata solo in un articolo di Letizia Paolozzi che nota sul sito Donnealtri come in nome di “un antiberlusconismo primario” “questa libertà di stampa non sembra avere grande interesse per il sesso femminile”.

Per quanto mi riguarda dichiaro subito di non credere in alcuna battaglia per la libera informazione che prescinda dal modo in cui viene trattata l’immagine femminile e dalla presenza e dalla collocazione della giornaliste nella carta stampata e nella Tv pubblica e commerciale.
Le due cose sono strettamente intrecciate. Una maggiore e più qualificata presenza femminile avrebbe maggiori possibilità (niente è automatico) di impedire lo scempio che viene fatto oggi dell’immagine delle donne. Una battaglia vera su come tv e giornali presentano “il secondo sesso” agevolerebbe una presenza femminile diversa da quella  presente nelle televisioni che segue spesso (ovviamente non sempre) gli stereotipi patinati della giovinezza,  bellezza e della malizia, insomma della «donna dello spettacolo», che poco ha a che fare col giornalismo.

Oggi alla Rai su un numero di direttori e vicedirettori di rete e di testata che si avvicina a cinquanta le donne sono solo tre: Maria Pia Ammirati, Susanna Petruni e Bianca Berlinguer. Possibile che fra le decine di giornaliste del servizio pubblico non ci sia nessun altra che possa coprire un ruolo dirigente? Oppure dobbiamo ammettere che siamo di fronte ad una limitazione, ad un  veto non detto, ad una misoginia tanto profonda quanto inconfessata  che limita la libertà delle donne e di cui la battaglia per la libertà di stampa non si fa assolutamente carico?
Ed è possibile che un grande quotidiano,  quello che è stato in prima fila nella  battaglia per la libertà, la Repubblica, non si renda conto che non solo nel gruppo dirigente del quotidiano, ma fra i commentatori e gli editorialisti la presenza femminile è così esigua che – pure di grande qualità – scompare nel grande mare dei commenti e degli editoriali  maschili. Così come non se ne rende conto l’altro grande giornale della borghesia italiana il Corriere della sera il cui decoro terzista e moderato rimane implacabilmente in mano agli uomini.

Ma non serve un lungo elenco. Non serve denunciare i dati dei canali Mediaset o degli altri quotidiani nazionali e locali. Dovunque si osservi e si indaghi nei giornali e nelle tv la libertà di stampa ha questa limite invalicabile e profondo di cui gli stessi protagonisti della battaglia per la libera informazione non si rendono conto, anzi ignorano e, spesso, lo fanno  con sufficienza e prosopopea.

Così come tutti – anche in questo caso le poche eccezioni confermano la regola – danno la stessa rappresentazione delle donne.  Anche coloro che si ergono a difensori della morale, della cultura, della realtà sociale contro i miti e le illusioni indotti dal burlusconismo non si  sottraggono  agli stereotipi, non usano uno sguardo diverso nei confronti delle donne. Nei giornali di questi mesi immersi,  negli scandali del premier  abbiamo trovato lo stesso compiacimento nella descrizione dei corpi delle veline, negli aggettivi usati per le escort e anche nella implicita contrapposizione a donne virtuose, madri di famiglie, ragazze studiose e per bene. Linguaggi impudichi, descrizioni compiacenti, il corpo femminile privato di dignità dalle note vicende del premier, tale e rimasto nella mancanza di rispetto con cui è stato osservato e trattato dai difensori della libertà di stampa.

Si poteva fare diversamente? Sì si poteva.  Ma ci sarebbe voluto un coraggio e un interesse femminile e partecipato per capire e raccontare il mondo di quelle giovani ragazze definite veline che cercano un affermazione e un lavoro. Per indagare su quelle donne che non si chiamano più prostitute, ma escort. E sul rapporto fra queste figure femminili e un mondo maschile non solo berlusconiano, nello stesso tempo forte prepotente, ma  dipendente da una sessualità incapace di prescindere dal potere. Sì, si poteva, ma nessuno si è posto il problema. E la battaglia per la libertà di stampa oggi si presenta monca, privata almeno della metà della sua efficacia. E francamente molto meno credibile.

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